Le analisi multiresiduali sugli alimenti: cosa sono e a che cosa servono

Le analisi multiresiduali sono uno strumento importante per verificare la qualità dei cibi che mangiamo e sono necessarie in un momento in cui il cibo è un osservato speciale nella nostra società.

Queste analisi rilevano la presenza di pesticidi e sono molto utilizzate da aziende produttrici che supervisionano la qualità degli alimenti in agricoltura ma più in generale in tutto il comparto agro-alimentare.

Anche importanti associazioni come Legambiente sono in prima linea in questo tipo di monitoraggio ambientale e alimentare, perché controllare quello che mangiamo significa controllare la salute di un paese e quindi il nostro futuro.

Il dossier Stop Pesticidi 2021, realizzato in collaborazione con Alce Nero, è dedicato proprio all’analisi dei residui dei fitofarmaci negli alimenti. Erbicidi, insetticidi e pesticidi, sono in alcuni casi nocivi per la salute umana, quindi rilevarne e monitorarne la quantità nelle matrici alimentari è un lavoro importante per la collettività.

Le risultanze di questo rapporto sono in generale positive: su 2.519 campioni analizzati nel 2020 solo 35 sono risultati oltre i valori consentiti, una percentuale dell’1,39% quindi molto ridotta.

Tuttavia c’è anche qualche cattiva notizia: solo il 63,3% dei campioni non presenta nessun residuo (pesticidi, insetticidi etc.), mentre il 35,3% dei campioni analizzati invece è contaminata da uno o più residui.

Rispetto al 2020 è leggermente aumentata la parte dei campioni irregolari (si passa dal 1,2% al 1,34%) ma ampiamente in crescita la quota di campioni senza nessun residuo (dal 52 al 63%). Dati positivi che evidenziano quanto si stia diffondendo una consapevolezza anche a livello produttivo. L’utilizzo di fitofarmaci può avere conseguenze dannose.

Nello specifico i problemi maggiori sono stati riscontrati nella frutta: i campioni con residui oltre i limiti sono l’1,63%, quelli con tracce di una sola sostanza il 14,3% e quelli con più di una il 39,2%. In altre parole solo 45 campioni di frutta su 100 sono risultati completamente regolari, un dato che fa riflettere.

Le criticità maggiori riguardano l’uva da tavola (86% circa presentano residui), poi ci sono pere (82%), fragole (72%) e pesche (67,4%). È importante sottolineare, per evitare allarmismi, che queste rilevanze sono ammesse dalla legge,

I campioni fuori norma invece si sono rivelati essere soprattutto agrumi e frutta esotica.

I residui maggiormente riscontrati sono i pesticidi (in particolare fungicidi e insetticidi come boscalid, acetamiprid, metalaxil), ma è stata osservata anche la presenza di sostanze neonicotinoidi particolarmente pericolose .

Non mancano poi gli organofosforici, come il chlorpyrifos, principio attivo definito non sicuro dall’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) nell’agosto 2021 e il glifosato, uno degli erbicidi più discussi e ne è bandito l’uso sulle colture  inalcuni paesi.

I dati europei sulle analisi dei pesticidi però sono esemplificativi di un reale cambiamento di paradigma: da diversi anni, ormai, il consumo di pesticidi è in netta diminuzione in tutta l’Unione. E questo è un dato di fatto.

Nel nostro paese, dal 2011 al 2018 è diminuito di circa il 30%. E gran parte del settore ortofrutticolo è ormai consapevole dei danni che i fitofarmaci possono creare all’ambiente e agli esseri umani.

Tuttavia, ogni anno continuano a essere venduti oltre 111 mila tonnellate di prodotti fitosanitari, sostanze destinate a rimanere a lungo nell’ambiente e persino a finire nell’organismo. Se insomma un percorso virtuoso sembra ormai intrapreso, persistono alcuni problemi.

La direzione intrapresa dal nostro paese e dal settore agroalimentare però sembra orientata nel verso giusto. Per l’Italia questo deve essere un settore strategico.

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